Nel cuore dei Campi Flegrei, fra i centri abitati di Lucrino ed Arco Felice si delinea inconfondibile la sagoma di Monte Nuovo l'ultimo vulcano dei Campi Flegrei formato nel 1538 durante otto giorni di attività vulcanica discontinua che cambiarono profondamente l'originaria morfologia della zona, ricoprendo i laghi di Lucrino e d'Averno e distruggendo il villaggio di Tripergole con l'Ospedale di S. Marta, fondato da Carlo III d'Angiò nel XIII secolo, e gli antichi e famosi bagni termali.
Con un'altezza massima di 134 metri, ampio alla base 1 Km circa di diametro, il Monte Nuovo, occupa il settore ovest del Golfo di Pozzuoli; confina a sud con la linea costiera, a ovest e nord-ovest coi laghi Lucrino e Averno, ad est con i centri abitati di Arco Felice e Pozzuoli da cui dista meno di tre Km. il cratere misura mediamente 400 metri di diametro e ha un fondo raggiungibile a 80 metri di profondità. L'istituzione nel 1996 dell'Oasi Naturalistica di Monte Nuovo ne consente finalmente la salvaguardia e la fruizione, lo rende "un monumento ambientale" e uno strumento di didattica ambientale rivolto alla formazione di nuove coscienze più attente ai bisogni e alle potenzialità di un territorio.

"…Il di nel quale apparve tale incendio fu lo 29 Settembre 1538 et fu la Domenica circa una ore di notte….e nello stesso giorno all'ora seconda della notte questo cumulo di terra, aperta quasi una bocca, con gran fremito vomitò grandi fuochi e pomici e pietre……"

A distanza di 15 secoli dalle lettere di Plinio il Giovane sull'eruzione del Vesuvio, le cronache storiche di Marcantonio Delli Falconi e degli altri testimoni della formazione di Monte Nuovo, ripropongono i momenti drammatici di un evento che cambiò profondamente la morfologia del territorio dei Campi Flegrei compreso fra la costa e i laghi di Lucrino e d'Averno e sconvolse la vita degli abitanti della zona. L'analisi delle fonti storiche ci permetterà di ricostuire con notevole precisione le varie fasi di tale eruzione.

L’OASI NATURALISTICA DI MONTENUOVO, inaugurata nel marzo del 1996, è il risultato di un progetto integrato fra la Scuola e il Comune di Pozzuoli, ideato e programmato dal Liceo Scientifico “ E. Majorana “ di Pozzuoli (NA).
Costituita con precisi scopi di ricerca, salvaguardia, didattica e divulgazione, essa rappresenta una riserva naturale biologica e geologica e ha, come obiettivi principali, la protezione degli ecosistemi presenti e la conservazione delle sue risorse.
L’idea di creare a Montenuovo un’area protetta parte dal mondo della scuola: nell’anno scolastico 1992/93 alcune classi del Liceo Scientifico “E. Majorana” di Pozzuoli svolgono, sugli aspetti geomorfologici e vegetazionali del vulcano, uno studio che si conclude con una mostra durante la quale è lanciata l’idea di realizzare a Montenuovo un’azione di recupero e di valorizzazione del territorio attraverso l’istituzione di un’ Oasi Naturalistica.
La proposta del liceo, approvata dal Collegio dei Docenti nell’anno scolastico 1993/94, ha come idea portante la creazione a Montenuovo, di un percorso didattico che coniughi la singolare bellezza del posto con la sua importanza scientifica e naturalistica. Prevede inoltre l’opportunità di realizzare nell’area, attraverso il recupero di un piccolo caseggiato comunale, un Centro Studi attrezzato per attività di studio e di didattica ambientale
Il progetto inizia con sei classi campione, che svolgono sul posto attività didattiche e di ricerca. Gli alunni sono impegnati durante le uscite in un duro lavoro di pulizia e di analisi di un’area da utilizzare come percorso didattico, recuperando e catalogando le essenze tipiche della macchia mediterranea.
Nel corso degli anni il numero delle classi coinvolte nel progetto è andato aumentando ed i risultati dei lavori didattici eseguiti nei Campi Flegrei ma anche in altri contesti vulcanici quali il Vesuvio e le isole Eolie, sono stati raccolti in una sorta di guida naturalistica, prodotta anche in forma multimediale, in collaborazione con gli Istituti di Ricerca.
In tal modo alla fine del 1993 è partito il progetto, grazie alla disponibilità dell’Amministrazione Comunale di Pozzuoli, di un gruppo di insegnanti del Liceo “E. Majorana” e alla collaborazione di alcuni docenti del Dipartimento di Geologia, Botanica, Zoologia e Agraria dell’Università di Napoli.
Si è andato così delineando uno scenario particolarmente stimolante di sinergie tra il Comune di Pozzuoli e il liceo “Majorana”.
Il primo si dichiara disponibile a svolgere un ruolo operativo stanziando, con successive delibere del 1994 e 1995, la cifra di 240 milioni per fornire le strutture per il funzionamento dell’Oasi e dislocando sul posto personale comunale espressamente preposto alle funzioni di presidio, di vigilanza e di manutenzione. Il secondo assume l’onere della gestione scientifica del progetto, anche attraverso forme di collaborazione con gli Istituti di Ricerca e l’Università, e s’impegna a svolgere un ruolo per la pianificazione, tutela e fruizione dell’area.
Una équipe di docenti del liceo Majorana di Pozzuoli elabora un progetto di riqualificazione globale dell’area. Particolare attenzione è dedicata alla zona d’ingresso dell’oasi: si prospetta la trasformazione di un vecchio caseggiato ivi esistente in un attrezzato Centro Studi per studenti e visitatori.
Un percorso didattico, relativo alle stratificazioni dei prodotti vulcanici derivanti dall’eruzione e alle piante della macchia mediterranea, e una cavea per lezioni itineranti all’aperto, completano la sistemazione del luogo.
Il rapporto tra scuola ed amministrazione locale è formalizzato nell’aprile 1995, con la stesura di una convenzione nella quale si stabiliscono i termini della collaborazione tra le due istituzioni.
La convenzione è firmata nel marzo 1996, presente il Provveditore agli Studi di Napoli e il Sindaco di Pozzuoli, in occasione dell’inaugurazione dell’Oasi: si conclude in tal modo la prima fase del progetto.
Nella seconda fase gli alunni sono impegnati soprattutto nell’attività di studio e monitoraggio dei dati ambientali e il lavoro è svolto in collaborazione con l’ANISN Associazione Nazionale Insegnanti di Scienze Naturali
In questa fase vengono inoltre volte le seguenti attività:
1. Accoglienza e guida dei visitatori dell’Oasi
2. Svolgimento di progetti di ricerca specifici di tipo multidisciplinare
3. Attività didattiche in collaborazione con altre scuole
4. Attività di formazione e aggiornamento per gli insegnanti

ANALISI DELLA DISTRIBUZIONE E SVILUPPO DELLA VEGETAZIONE IN UN'AREAVULCANICA RECENTE.
Con la progressiva scomparsa degli ambienti naturali, soprattutto in zone fortemente antropizzate, diminuisce sempre di più il contatto uomo - natura e quindi si perdono occasioni di conoscenza dei problemi legati alla sopravvivenza e alla salvaguardia di determinati ecosistemi.
Nel corso degli anni ciò ha portato al completo disinteresse, soprattutto nelle giovani generazioni, delle problematiche ambientali e quindi a forme anche selvagge di distruzione di ambienti naturali e seminaturali.
Uno degli obiettivi principali del progetto "Oasi naturalistica di Monte Nuovo" è quello di dare la possibilità ai giovani di riaccostarsi alla natura in modo cosciente e sereno con un approccio corretto di studio e comprensione dei complessi meccanismi che regolano un ambiente naturale.
Scopo del presente lavoro è quello di controllare nel corso del tempo lo sviluppo e l'evoluzione delle principali specie della macchia mediterranea in una piccola ma indicativa zona collocata sul fianco meridionale di Monte Nuovo.
L'area, individuata per l'analisi della vegetazione, ha un'esposizione Sud - Est e si trova immediatamente a monte dell'ingresso dell'Oasi per cui si presenta facilmente raggiungibile. Sul posto inoltre la distribuzione della pineta che in altri punti di Monte Nuovo è ancora abbastanza fitta, si presenta sufficientemente diradata, (lo strato arboreo occupa circa il 10% dell'area), per effetto degli incendi che nel passato, si sono verificati con una allarmante regolarità.
Nella zona quindi la macchia si è potuta sviluppare abbastanza rigogliosa riconquistando quegli ambienti che sicuramente popolava densamente già all'inizio di questo secolo prima che l'uomo impiantasse sulle scorie e sui lapilli del vulcano inizialmente le vigne e poi successivamente intorno agli anni 30 di questo secolo, la pineta.
Tramite misurazione con un tacheometro elettroottico, si è calcolata per l'area individuata, un'estensione di 1039 m2, una quota alla base di 47.83 m s.l.m. con un dislivello di circa 11 m. ed un'inclinazione media del suolo di 24°.
L'area è stata divisa in dodici quadrati permanenti in modo da potere meglio controllare lo sviluppo della vegetazione e l'eventuale crescita di nuove specie. Si è inoltre calcolato l'esatto livello di quota di tutti i Pini presenti nella zona in modo da avere il maggior numero di punti di riferimento per l'elaborazione di una mappa con la distribuzione della vegetazione.
Ogni specie è stata numerata e catalogata, sono state misurate le dimensioni in altezza, la superficie occupata da ogni esemplare e, con un sistema di punti di riferimento, n'è stata rilevata la posizione esatta all'interno dell'area.
L'obiettivo generale del lavoro è quello di conoscere lo sviluppo dei vegetali nel loro dinamismo sia in riferimento alla vita di ciascuna specie nel corso dell'anno e nel tempo sia in riferimento alle associazioni vegetali.
Il lavoro di campionatura della vegetazione è stato svolto nel mese di Dicembre del 1998 dalle classi 3A e 3B del liceo scientifico E. Majorana che insieme con altre dodici classi di questo liceo partecipano al progetto "Oasi Naturalistica di Monte Nuovo", ed è successivo ad un analogo lavoro svolto, nella stessa zona da altre due classi, circa tre anni fa quando, con l'inizio del progetto, la zona è stata ripulita e sono stati creati dei sentieri per evitare il calpestio dei visitatori.
Ovviamente in un periodo cosi breve non è stato possibile trarre delle indicative differenze quantitative sullo sviluppo della vegetazione ma, il notevole miglioramento dell'assetto della zona, ha permesso rilevamenti più precisi ed una campionatura di un maggior numero di esemplari.
I parametri presi in considerazione sono stati la percentuale quantitativa di diffusione, l'indice di abbondanza-dominanza, l'indice di ricoprimento e il grado di associabilità delle essenze considerate.
Poiché il complesso dei fattori biotici che agisce sulla vegetazione, soprattutto quelli che derivano dalla concorrenza fra le specie, dalla loro vitalità e aggressività, si manifesta nella massa d'individui con cui ogni specie partecipa alla composizione della collettività, per ciascun esemplare sono annotati l'abbondanza e la dominanza in un'area scelta come campione, in modo da indicare la capacità di penetrazione della specie in quel determinato ambiente e la possibilità di sostituirsi gradualmente ad altre specie, e il grado di associabilità indicativo della tendenza del campione a formare o meno dei popolamenti puri.
Il più semplice sistema per descrivere un raggruppamento vegetale dal punto di vista botanico consiste nel fornire l'elenco di tutte le specie vegetali che lo compongono; questo è il metodo più diretto per capire in quale misura le diverse specie entrano in società.
L'elenco floristico di una pineta collinare, ad esempio, dall'estensione di qualche ettaro, comprende almeno un centinaio di specie, però solo una parte di queste può veramente dirsi tipicha di quella specifica comunità mentre le altre sono ovunque e penetrano casualmente nella pineta insieme con altre specie.
Per evitare questo inconveniente è necessario ricorrere alla statistica, eseguendo dei rilievi fitosociologici che ci permettono di valutare quantitativamente le diverse specie che compongono la comunità vegetale e ci forniscono dei dati oggettivi.
Secondo Braun-Blanquet si possono stimare l'abbondanza e la dominanza con indici separati. Dato però che nella maggior parte dei casi questi due caratteri sono valutati insieme mediante una scala mista di abbondanza-dominanza proposta dallo stesso autore, tale indice è stato calcolato tenendo presente il seguente schema nel quale si attribuiscono i valori da 5 a 1:
-5 : gli individui della famiglia presenti in numero qualsiasi e che occupano dal 100% all'80% della superficie del campione.
-4: come sopra dall'80 al 60%
-3: come sopra dall'60 al 40%
-2: come sopra dal 40 al 20%
-1: come sopra dal 20 all'1%.
Se la percentuale è < dell'1% si mette +/-, se raro poco sviluppato si mette r.
Per il grado di associabilità è stata usata la seguente scala nella quale si attribuiscono i valori i valori da 5 a 1:
-5: individui tendenti a formare una popolazione pura
-4: individui formanti tappeti e colonie estese su più della metà della superficie del rilievo.
-3: individui ammassati in piccole colonie
-2: individui riuniti a gruppi
-1: individui isolati
RISULTATI OTTENUTI
Nell'area individuata, divisa in dodici quadrati, sono state censite complessivamente 1065 piante secondo il seguente elenco:
Calcolando il raggio medio di ogni specie e moltiplicandolo per il numero di esemplari totali della stessa specie, si è calcolato la superficie occupata dalla vegetazione all'interno dell'area (indice di ricoprimento) che è risultato circa dell' 81%.
In base all'indice di ricoprimento all'interno dei singoli quadrati si è poi calcolato l'indice di abbondanza dominanza in funzione della scala indicata da Braun-Blanquet e successivamente il grado di associabilità delle singole specie.
La correlazione e l'integrazione dei valori dei singoli quadrati hanno permesso sia di ricavare dei valori medi riportati nei grafici sia di determinare il diverso sviluppo della vegetazione in funzione della localizzazione del quadrato all'interno dell'area. Il lavoro si presenta interessante per seguire in futuro, in una zona controllata, lo sviluppo di un' associazione vegetale quale la macchia mediterranea e per individuare i successivi stati di equilibrio (climax) delle specie considerate.
Allo stato attuale si può notare come l'equilibrio vegetale non sia stato ancora raggiunto ma ci si trovi in una delle fasi intermedie. Infatti l'originaria formazione di graminaceae ad Ampelodesmos ed Hyparrhenia hirta, peraltro ancora molto fitta in una zona attigua più arida e brulla, è stata prima sostituita da una vegetazione a cisti e ginestre spinose e successivamente, con il formarsi di un substrato più maturo e ricco di humus, si sono create le condizioni per lo sviluppo di alcune specie tipiche della macchia mediterranea quali il mirto, il lentisco, la fillirea e in minor proporzione dalle eriche.
La presenza dei lecci, al momento ancora modesta anche se significativa, sembra destinata ad aumentare.
L'ipotesi da controllare, nel corso dei prossimi anni, è che nella zona, se non interverranno pesanti alterazioni ambientali, soprattutto da parte dell'uomo, la vegetazione evolva verso un equilibrio finale in cui prevalga la formazione di una macchia alta a Quercus ilex.

L’eruzione, che determinò in pochi giorni a partire dal 29 settembre 1538, la formazione di Monte Nuovo, portò non solo alla distruzione del villaggio di Tripergole e in parte, di Pozzuoli, ma anche alla scomparsa del mantello vegetale in una zona compresa fra il lago di Lucrino e la parte occidentale dei Campi Flegrei.
Con la fine di tale evento vulcanico, iniziò la colonizzazione da parte dei primi organismi vegetali pionieri provenienti dalle aree circostanti. In oltre 450 anni, le diverse specie vegetali hanno preso possesso dell’area nuda, rivestendola di una vegetazione più o meno densa, senza raggiungere però lo stadio di maturazione tipico di zone geologicamente più antiche e “tranquille”.
L’attuale vegetazione di Monte Nuovo è il risultato di una serie di fattori geologici, ambientali ed antropici che hanno nel tempo profondamente modificato l’originario paesaggio vegetale.
Il territorio flegreo, in cui è compreso Monte Nuovo, presenta un clima di tipo mediterraneo, con estati calde e secche ed inverni piovosi; data la peculiare morfologia della zona, caratterizzata da numerosi crateri, vi regna un elevato tasso d’umidità relativa, che attenua parzialmente la siccità estiva e permette escursioni termiche contenute.
Osservando il paesaggio vegetale lungo le pendici del cratere, oppure percorrendo le tappe della sua evoluzione attraverso le fonti bibliografiche, si notano le modificazioni che la vegetazione di Monte Nuovo ha subito nel corso del tempo; ad una formazione steppica, tipica d’ambienti aridi, la Disa, caratterizzata da graminacee quali l’Ipparrenia o Barboncino (Hiparrenia hirta) e la Tagliamani (Ampelodesmos mauritanicus), visibile sul versante meridionale più caldo e assolato, segue la Gariga, costituita da arbusti bassi, talora spinosi e aromatici, come l’Elicriso (Helicrisum litoreum) e le Ginestre (Spartium junceum e Calicotome spinosa), collocata nelle zone più aride e degradate.
Alla gariga subentra prima una Macchia bassa, distribuita sui versanti occidentale e meridionale, con specie sempreverdi, a foglie dure e lucenti, fra cui il Mirto, il Lentisco, la Fillirea, l’Erica, mentre sul versante settentrionale più umido e fresco, è presente una Macchia alta, costituita in prevalenza da Leccio e Corbezzoli (Arbutus unedo).
La parte interna del cratere esposta a nord, è infine occupata da una densa Lecceta con esemplari di Leccio (Quercus ilex), Roverella (Quercus pubescens), Orniello (Fraxinus ornus), con un fitto sottobosco d’Edera (Hedera elix). Tale tipo di vegetazione cessa di colpo nel fondo del cratere, colonizzato da specie più igrofile (tipiche d’ambienti umidi) e nitrofile (piante che vivono in presenza d’accumulo di sostanza organica), la Canna (Arundo Donax) ed la felce aquilina (Pteridium Aquilinum).
All’interno delle fumarole la presenza di notevoli quantità di vapore acqueo e temperature intorno ai 70 °C permette lo sviluppo di specie tipiche di “zone umide” come alcuni tipi di muschi e felci e di un Cipero (Schirpus Holeschoenus).
L’uomo ha tentato di utilizzare, in parte, quelle superficie delle falde del cono seppellite dall’eruzione e, con un lavoro assiduo, vi ha impiantato la selva di castagno sui pendii settentrionali ed, in seguito, vi ha coltivato dei vigneti con opere di terrazzamento ancora visibili.
Lo sfruttamento delle piantagioni si è intensificato col tempo, quindi, la vegetazione originaria è stata prima inquinata dalle piante “antropocore“ (specie amanti della vicinanza umana), per poi essere sostituita dall’uomo con una pineta, costituita in prevalenza da Pini domestici (Pinus pinea), messa a dimora intorno al 1930 e localizzata prevalentemente sul versante meridionale.
In questi ultimi decenni gli incendi, alcune malattie parassitarie e l’inquinamento antropico hanno compromesso lo stato di salute della pineta, il cui deperimento ha favorito nuovamente lo sviluppo dell’originaria macchia mediterranea.L’INVERSIONE VEGETAZIONALE
Le particolari condizioni microclimatiche che si verificano nel cratere di Monte Nuovo, dovute alla presenza di una notevole umidità del fondo e temperature leggermente inferiori rispetto al bordo del cratere, rendono possibile una tipica inversione vegetazionale per cui la macchia mediterranea, viene a trovarsi a quote maggiori rispetto a specie come il Castagno, la Roverella, il Biancospino e il Carpino che normalmente si trovano a quote più elevate.
Il fondo del cratere è ricoperto per alcuni metri da un sottile materiale piroclastico proveniente dall’erosione delle pateti interne che infatti portano i segni di numerose frane, soprattutto nella parte esposta a Sud, dove la vegetazione a gariga è più rada e con radici meno profonde.
Al di sotto di tale materiale sottile, le indagini effettuate alla fine degli anni 40, e ancora visibili con i resti di quattro colonne di un pozzo di trvellazione, hanno rivelato l’esistenza di uno spesso strato di scorie che rendono permeabile il suolo impedendo la formazione di piccoli laghi come accade ad esempio agli Astroni.